Siamo alla fine del diciannovesimo secolo. Il mondo cambia e le potenze europee ingaggiano sempre più una lotta per accaparrarsi le risorse del cosiddetto terzo Mondo. Discutibile o meno che sia stata la fase coloniale del vecchio Continente, è nondimeno una tappa della Storia. E la Legione, i suoi uomini, che erano soldati e non sfruttatori, marciava e moriva nei campi di battaglia che le venivano indicati.

Nel 1892, mentre in Indocina la Francia assesta i suoi possedimenti, comincia un delicato gioco di scacchi nell’Africa centrale. Parigi mette gli occhi sul Dahomey, nell’Africa più nera. Sbocco sul mare, risorse nell’interno, ma soprattutto un cuneo per fermare l’avanzata tedesca dal Togo e dal Tanganika e quella inglese dal Ciad. I primi tentativi di porre basi commerciali si scontrano subito contro la volontà del re Behazin che, forse anche sobillato da agenti anglosassoni e prussiani, oppone una fiera resistenza alla penetrazione francese. Come spesso è accaduto e ancora accade, il casus belli è dubbio. Un assalto che oggi definiremmo “terroristico” a una cannoniera francese, episodio mai veramente chiarito nelle sue responsabilità, offre l’opportunità di inviare un corpo di invasione nel quale 800 legionari del 1° e 2° Reggimento Straniero, sbarcano a Countu. La campagna si presenta immediatamente difficile.

Il territorio è paludoso, il caldo insopportabile e oltre ai quindicimila soldati del re, i legionari se la devono vedere anche contro le malattie. Siamo ancora in una fase della storia della medicina in cui le epidemia valgono quanto e più dei cannoni. Le condizioni igieniche, il calore e, spesso anche l’impreparazione dei reparti medici, decimano le truppe. Il 19 settembre a Dogba il primo vero scontro. Cadono 45 legionari trai quali il comandante Feraux, che dirige le operazioni. Tengono duro i legionari, come sempre. Malgrado la perdita del loro più alto ufficiale, si acquartierano, seguono gli ordini dei sottufficiali e oppongono un fuoco organizzato che impone un tributo di quasi mille uomini ai soldati del re. In termini militare una vittoria pagata ad alto prezzo, ma sempre una vittoria. La guerra continua, con episodi di alterna fortuna. Gli avamposti vengono isolati, spesso mangano i rifornimenti ma la disciplina della Legione ha forgiato uomini d’acciaio. E così a novembre cade Abomehy, la capitale.

Il contingente di legionari ha perso quasi metà dei suoi effettivi ma il regime è caduto. Ora che il territorio è conquistato arrivano truppe più regolari benché meno esperte, mercanti e funzionari. La civiltà, se si crede a queste cose. Come dicevamo la Legione non giudica. La legione obbedisce e combatte. Muore dove le viene chiesto di farlo. E dopo il Dahomey tocca a un altro paese africano, sul versante opposto del continente. Il Madagascar, la Grand Ile, in particolare impongono alla Legione una prova durissima.

Se è vero che la resistenza militare è al disotto di altre prove già affrontate dagli uomini con il képi bianco, sono il calore, la siccità e un terribile vento che solleva folate di polvere rossa che infliggono ai legionari le perdite più dolorose. Nuovamente l’Africa si dimostra un territorio difficilissimo da domare a causa delle epidemie. Prima della conquista di Tananarive, la capitale, cadono quasi 6000 legionari, per lo più falcidiati dalle epidemie.

Siamo nel 1895, il nuovo secolo è alle porte e, tra tutti i territori d’oltremare, la Legione torna a combattere nei deserti del Marocco. Ma questa è un’altra storia.