Dopo il suo esordio del 2011 (ma in realtà risalente a tempo prima, come vedremo), Massimiliano Colombo è entrato di prepotenza nel novero dei grandi autori italiani di romanzi storici.

Il recente Il vessillo di porpora (Piemme 2011) replica il successo ottenuto da La legione degli immortali (Piemme 2011) e c’è da ben sperare che l’autore - «esperto di storia antica e cose militari», come recita il sito di Piemme - ha in serbo per noi altri grandi romanzi storici.

L’abbiamo incontrato per conoscerlo meglio.

             

Mi è sembrato di capire che “Il vessillo di porpora” è stato un romanzo dalla lavorazione travagliata: vuoi parlarcene?

Il vessillo di porpora è stato scritto in un momento di grande voglia di affermazione ma soprattutto di rabbia.

Ero reduce da un’estenuante ricerca di un editore per il mio primo libro che nessuno voleva pubblicare e che poi è stato alla fine autoprodotto. A quei tempi, quello che poi è diventato La legione degli immortali ancora si chiamava con il titolo che gli avevo dato io: L’Aquilifero. Un libro che, a dispetto del silenzio di tutti gli editori contattati e delle poche copie stampate, aveva riscosso grande entusiasmo di pubblico. Pensate poi che lo stesso libro, nelle mani di un editore di alto livello come Piemme è diventato un bestseller.

Ma quando ho cominciato a scrivere il Vessillo ancora non sapevo cosa sarebbe successo ai miei libri, sapevo solo che nessuno li voleva in Italia. Quindi avevo pensato di scrivere qualcosa per l’estero e Londra era il crocevia perfetto di una storia che avevo in mente di scrivere e che conteneva tutti gli elementi per diventare un romanzo accattivante: sesso, violenza, onore, gloria, estasi... tormento.

Protagonista di questa storia è uno dei simboli stessi di Londra, la sua statua svetta imponente davanti a Westminster come monito per tutti e incarna lo spirito stesso della City che guarda sempre avanti senza arrendersi mai.

Quella statua rappresenta “Budicca, la regina guerriera”.

                             

Gli unici film di serie A in decenni a trattare la storia romana e ad arrivare in Italia (“Centurion” e “The Eagle”) sono ambientati durante le guerre in Britannia, così come il tuo romanzo: cosa c’è in Britannia di così affascinante per un autore?

La Britannia ha fascino, la sua storia e la sua cultura hanno un fascino particolare e poi dobbiamo pensare cosa ha rappresentato la conquista di quella terra per i romani. Da sempre l’Oceanus aveva tenuto separato il continente dalle nebbiose terre dell’isola. Per i romani la Britannia non era solo terra di potenziali ricchezze popolata di creature mitologiche, era molto di più di questo, era un posto fisico, ma anche un’idea. Attraversare l’ignoto e conquistare la Britannia era come conquistare gli dei stessi.

                    

La politica romana nei confronti dei “barbari” mi ricorda quella degli americani nei confronti degli “indiani”: infatti in entrambi i casi le prime a subire ritorsioni erano le fattorie indifese. Che ne pensi dell’accostamento?

In ogni campagna di colonizzazione vi sono stati invasori meglio organizzati e armati dei locali. Generalmente poi i gruppi etnici locali sono frazionati, quindi poco o addirittura per nulla propensi a collaborare fra loro, facendo un unico fronte contro l’invasore. Alcuni fanno volontario atto di sottomissione, altri cercano di contrastare l’avanzata nemica, ma essendo militarmente inferiori non attaccano l’invasore nella classica battaglia campale, ma operano nelle guerriglia e con azioni isolate. Succede anche oggi.

                         

Grande pregio del tuo romanzo, forse unico caso in Italia, è quello di dare risalto al troppo dimenticato personaggio di Boudicca, la regina guerriera dai capelli rossi. Secondo te perché in Italia questo affascinante personaggio quasi mitologico è pressoché ignoto?

Statua di Boudicca a Westminster
Statua di Boudicca a Westminster
Perché la gente è poco interessata alla storia e invece noi italiani, che siamo la culla della cultura, dovremmo ricordarci più spesso di cosa siamo stati capaci in passato.

Quando sono andato a Roma a presentare il libro mi sono reso conto, guardando la storia che trasuda dalla Città Eterna, di quanto sia effimera la nostra esistenza, ma di cosa sia capace l’uomo. L’ho avvertito camminando sulla via Sacra a Roma che porta dal Colosseo al Foro. Camminavo su pietre che avevano visto passare Cesare, Ottaviano, Vercingetorige in catene. Entrando nella Curia ho visto lo stesso mosaico calpestato dai senatori e ho sentito l’acustica di quel luogo, dove parlando con tono moderato si poteva essere ascoltati da tutti gli astanti e lì, guardando quei muri millenari ancora intatti mi sono chiesto quante decisioni importanti debbano avere ascoltato.

Poi, sono arrivato alla tomba di Cesare e l’ho trovata ricoperta di fiori, biglietti e cartoline. Lì ho capito che solo alcuni nascono per essere grandi ma che l’intera umanità può trarre beneficio dalle loro gesta. Godiamone tutti, apprezziamo ciò che di grande hanno fatto gli uomini.

Il tempo ci ricorda che il genere umano non subisce i medesimi mutamenti dell’uomo. L’umanità tutta, a differenza dell’individuo, non invecchia, non perde memoria, progredisce sempre e aumenta il proprio sapere. Ma ricordiamo che questo mondo, che sentiamo così nostro, è appartenuto ad altri e apparterrà ad altri ancora. Questo è l’unico fatto noto e certo della nostra esistenza, ma la Storia ricorderà ciò che abbiamo fatto e il ricordo che sopravvivrà di noi è l’unica immortalità che ci è concessa.

                              

Il romanzo storico è un genere molto amato in Italia, ma troppo spesso punta tutto sulla fiction e molto poco sulla corretta ricostruzione storica, non solo degli ambienti ma anche del modo di pensare dell’epoca. Nel tuo romanzo ho trovato un perfetto equilibrio di questi due fattori: è voluto o ti sei dovuto controllare per non “esagerare” in una delle due parti?

Quando si ha a che fare con epoche così lontane bisogna per forza di cose ricorrere all’interpretazione... all’immaginazione, e senza l’immaginazione storica la storia convenzionale non potrebbe essere capita.

Gli elementi che la storia ci consegna sono le tessere di un mosaico che vanno incastrate con l’immaginazione. Unendo questi elementi avviene qualcosa di magico, lo schema emerge, i freddi dati storiografici diventano lo sfondo di una vicenda fatta di persone. Il giusto equilibro tra elementi e personaggi credo sia parte del mio stile di scrittura.

                        

Ci sono autori stranieri di romanzi storici che ti piacciono particolarmente?

È sbagliato credere che io sia un divoratore di romanzi storici. Magari potessi esserlo, ma lavoro tutto il giorno e la sera mi documento e scrivo libri, non ho tempo per leggere se non i classici o i saggi che mi servono poi per la traccia delle mie trame. Ho comunque letto diversi libri e segnalo Steven Pressfield con Le porte di fuoco, João Aguiar con L’ora di Sertorio e l’inimitabile e unico Gore Vidal con il suo Giuliano. Questo è altamente consigliato.

                              

Dalla nota finale sappiamo che hai realmente vestito panni romani e ti sei aggirato armato con perfette ricostruzioni di armi d’epoca: come hai vissuto questa esperienza?

Quando mi è capitato di condividere alcuni momenti con i rievocatori del gruppo di archeologia sperimentale Legio I Italica ho sentito qualcosa che nessun libro di storia mi avrebbe potuto insegnare. In un’alba caliginosa ho provato ad indossare nel silenzio di una riserva naturale una lorica segmentata. Vi posso garantire che nessun libro di storia avrebbe mai potuto descrivermi l’emozione della vestizione di una panoplia. Ripropormi quei gesti tra commilitoni dimenticati nel tempo. Io l’ho vissuto da revocatore e la cosa mi ha fatto pensare. Cosa provavano loro guardandosi in faccia prima della battaglia?

Massimiliano Colombo
Massimiliano Colombo
Cosa avrebbero pensato in quel momento, duemila anni prima, se dietro al colle ci fossero stati i nemici? Questa è la forza dell’immaginazione che la storiografia ufficiale non ti può dare.

                            

Per finire, domanda di rito: progetti futuri? Continuerai nel romanzo storico?

Ma guarda, io mi sento proprio all’inizio di questo cammino. Il mio terzo romanzo, che a mio parere è il mio grande capolavoro, uscirà nell’autunno di quest’anno sempre per Piemme e io ho già in cantiere il quarto e delle idee per il quinto.

Continuerò quindi e mi auguro di poter raccontare la nostra storia anche all’estero anche se so che, contrariamente a quanto succede agli autori stranieri, è davvero difficile per un italiano superare i confini nazionali.

Difficile comunque non vuol dire che non ci si debba provare, perché nel momento in cui uno si impegna a fondo, infinite cose accadono per aiutarlo, cose che altrimenti mai sarebbero avvenute. È questo lo spirito che mi ha sempre guidato ed è questo il consiglio che sento di dare a tutti voi.

Qualunque cosa voi possiate fare, o sognare di poter fare, incominciatela. L’audacia ha in sé genio, potere, magia. Incominciatela adesso.