Io lo so di Martina Cole (Ed. Nord – collana Narrativa)

È emozionata per questo debutto in Italia? Come pensa verrà accolto questo suo romanzo?

Sono molto emozionata e, direi, letteralmente entusiasta! Spero proprio che piaccia ai lettori italiani!

Prima di presentare il suo romanzo d’esordio ad un agente letterario, cosa ha fatto nella vita?

Ho fatto tanti lavori, di qualunque tipo: da donna delle pulizie a barista in un locale notturno. Ho sempre considerato importante poter svolgere un lavoro onestamente, e così ho fatto.

Però ho sempre sognato di poter diventare una scrittrice, solo che non lo credevo possibile perché non avevo un'istruzione adeguata. Per questo il mio primo libro è rimasto nel cassetto per dieci anni.

Come aveva intitolato il romanzo scritto a vent’anni? E quando lo propose all’agente lo aveva riscritto e/o cambiato il titolo?

All'inizio si intitolava A woman's place, che fa riferimento alla frase che dice che il posto delle donne è stare a casa. Poi la casa editrice ha fatto una specie di concorso al suo interno per trovare un nuovo titolo, e ha vinto la proposta di The dangerous lady.

Quale è il suo stato d’animo quando manda all’editore un suo nuovo romanzo? Ha paura di una cattiva o tiepida accoglienza da parte dei lettori?

Onestamente, tutte le volte sono molto preoccupata e non riesco a rilassarmi davvero finché non c'è la prima firma di copie in libreria.

Come nascono i suoi libri? Da un'idea, un personaggio, da una storia?

Possono nascere da qualunque cosa: dalle notizie che leggo sui giornali o da una frase sentita da qualcuno.

Ricordo, per esempio, che in Inghilterra c'è stato un periodo in cui molte donne abbandonavano i bambini, e fui colpita da alcune storie in particolare: dalla donna che gettò il neonato in un camion della spazzatura (il piccolo si salvò grazie a un automobilista che vide la scena) e da un'altra che lasciò la figlia sul ciglio della strada: la bambina si tolse le scarpe, si mise sdraiata e si addormentò. Sono stati spunti per riflettere su come molti abbiano i figli per motivi sbagliati, e non si rendano conto di quanto i bambini siano esigenti, pur essendo un grande dono.

In Broken sono partita dalla considerazione che le donne che fanno le prostitute hanno vite spezzate, e anche Faceless fa riferimento a quello stesso mondo.

Quali sono i tempi e i luoghi della sua scrittura? È ancora alla macchina da scrivere oppure è passata al pc?

Scrivo mentre tutti dormono, di solito dalle 11 di sera fino alle 5 di mattina, ovunque mi trovi, con il mio computer portatile.

Dormo circa 3-4 ore per notte, e mi basta. Mia figlia, che a scuola sta studiando i serpenti, dice che io sono un essere notturno!

Come passa le giornate quando non lavora? Legge molto? Cosa?

Leggo moltissimo e di tutto, non saprei indicare un autore o un genere. Ho sempre amato molto la lettura, fin da piccola. E i miei due figli hanno questa stessa passione.

Il romanzo “Io lo so” (The Know) e’ il primo che viene tradotto in Italia. È quello giusto per farsi conoscere dal lettore italiano o avrebbe preferito un altro suo romanzo?

Probabilmente è il più adatto perché esprime bene il mio modo di scrivere. Ma bisogna dire che è per lettori forti, non per lettori deboli di cuore.

Come spiega il grande successo che ottengono i suoi romanzi?

I lettori in Gran Bretagna amano molto il realismo dei miei libri. Infatti parto sempre da un punto vero, e poi sviluppo la storia, che invento ma che rendo verosimile.

Voglio far vedere che cosa succede davvero in certi ambienti, e che cosa può succedere a chiunque, se non si presta attenzione. Per questo i miei libri hanno sempre degli aspetti crudi. E penso che sia lo stesso per i lettori di altri paesi. In Russia i miei titoli vengono pubblicizzati anche in TV. Pensi che oggi mi leggono anche gli uomini e molte mamme regalano alle figlie alcuni miei romanzi, come Faceless, per fare capire loro quali pericoli sono in agguato.

 

Descrive un quartiere degradato, gli abitanti che vivono al margine se non fuori legge, ragazze/bambine già madri e tanto altro di aberrante, ci chiediamo ma esistono veramente quartieri simili?

Sì, purtroppo esistono, e io sono cresciuta in uno di questi. Anche quando si pensa a situazioni brutte, bisogna sapere che ce ne sono di peggiori.

Quale messaggio vuole inviare al lettore con il personaggio (veramente splendido) di Joanie?

Anche una donna come lei, senza istruzione e senza opportunità, fa del suo meglio nella vita, così come Jon Jon, che fa del suo meglio per proteggere Kira. Alla fine, senza volerlo, la vita di Joanie ha una conseguenza nefasta, e io descrivo, dall'inizio alla fine, come avvengono queste cose, spiegando gli aspetti del declino delle persone a cui molti non prestano attenzione.       

Il suo romanzo potrebbe diventare quasi una saga familiare. Sta pensando di farlo proseguire in un qualche modo?

Non so, non ci ho pensato.

Ho già fatto due sequel, ma in genere non mi piace riprendere i personaggi e una storia, quando è conclusa. Per questo romanzo non saprei davvero, diciamo che la giuria si ritira per dliberare…

Si chiede mai di un personaggio (Jon Jon per esempio): ma cosa farà da grande?

Sì, molto spesso mi piace immaginare tutto questo. Jon Jon, in particolare, è pieno di rabbia, e per buoni motivi. Spero che possa crescere e trovarsi una brava ragazza, ma credo che sia più destinato a finire in prigione.

Il problema dell'affido, nel suo libro ci sono accenni che abbiamo letto come negativi. Lei pensa che sia comunque uno strumento sociale valido?

Molte volte mi capita di parlare con persone terrorizzate dalla prospettiva che i loro figli possano essere dati in affido. Come strumento è senza dubbio valido, e per alcuni è funzionato; ma ho anche sentito storie drammatiche, negative. Probabilmente è una questione di fortuna, come il fatto di trovarsi in una famiglia buona oppure no.