Racconto tratto da “Era già morto quando fu ucciso”: dieci enigmi con duplice soluzione, e risolverli toccherà a te, o lettore.

I

“È una statuetta molto preziosa: raffigura Marte, dio della guerra, ma ha una particolarità...”, il tono di Fabio Finotti celava a stento un certo orgoglio.

“E sarebbe?” L’amico Luigi era, come sempre, un po’ invidioso delle ‘chicche’ di Fabio.

“Osservate...” Anna, la moglie di Luigi, era a bocca aperta e sembrava pendere dalle labbra di Fabio. Luigi faceva l’indifferente, ma la sua curiosità cresceva...

“Ecco...”, Fabio cominciò a svitare la testa della statuetta...

“Ohhh”, fece Anna e il maritò le lanciò un’occhiataccia.

“Guardate qua dentro...” Fabio mostrò l’interno della statuetta agli amici.

“Un liquido”, osservò distaccato Luigi, “e allora?”

“Veleno”, lo corresse Fabio, “in grado di uccidere me, te e la tua splendida moglie!”

Anna era sempre più a bocca aperta e lanciava a Fabio sguardi languidi e pieni di ammirazione. E questo faceva ancor più imbestialire Luigi...

Tanto più che sospettava una tresca fra la moglie, giovane, bella e un po’ svampita e l’amico, maturo e benestante collezionista di oggetti d’arte... e di giovani donne.

“Ti ho detto mille volte di non comportarti così!”, le diceva Luigi in piedi davanti al lussuoso letto a baldacchino dove lei era seduta: si trovavano nella camera degli ospiti della sontuosa villa di Fabio.

“Perché, cosa ho fatto?”, Anna sgranava gli occhioni ingenui...

“Mi fai fare la figura dell’imbecille! Fabio qui, Fabio là, ma perché non te lo sei sposato?!”

“Ma tesoro, io amo te: Fabio è solo un amico, un amico tuo, soprattutto...”

“Basta, domattina presto ce ne andiamo e non so nemmeno se riuscirò a dormire...”

“Io invece casco dal sonno e me ne vado subito a letto...”

... E dopo qualche minuto anche Luigi si addormentò, di un sonno che purtroppo era destinato a non avere mai fine... .

II

“Quello che non riesco a capire, commissario...”, Fabio Finotti appariva, più che triste, sconcertato.

“Che cosa non riesce a capire?”, De Paoli si guardava intorno, con l’aria di chi sapeva che anche lavorando dieci vite non si sarebbe potuto permettere una villa così...

“No, proprio non capisco...” Il tono di Finotti era, come al solito, pacato, raffinato, anche se con una leggera punta di apprensione. “Ieri sera, quando ho lasciato Luigi ed Anna, niente faceva immaginare una fine così...”

“Non ha notato proprio niente di strano?” Ah, ecco la voce di Federici: era mancata al commissario fino a quel momento!

“Be’, a dire il vero Luigi mi era sembrato un po’ nervoso... Si comportava in modo strano, sembrava quasi che ce l’avesse con me...”

“Si spieghi meglio.”, il commissario drizzò le antenne.

“Era tutta la sera che mi guardava con ostilità, soprattutto quando...”

“Soprattutto quando?”, gli fece eco Federici, che ricevette la puntuale occhiataccia di De Paoli.

“Stavo mostrando loro uno dei pezzi pregiati della mia collezione: la statuetta di Marte.”

“Il dio della guerra!”, pronta giunse la precisazione dell’assistente del commissario, che gli riservò un’altra occhiataccia.

“Certo, ma questo ha qualcosa di speciale”, e Finotti ripeté la presentazione fatta agli amici... Ma si interruppe bruscamente dopo aver svitato la testa: nel corpo della statuetta non c’era più nessun liquido!!

III

“Come ha avuto questa statuetta, signor Finotti?” L’istinto di De Paoli gli faceva presagire risvolti inquietanti.

“Io, come sa, sono un collezionista di cose rare e soprattutto strane, magari non di grande valore, come dire, monetario, ma che presentano una certa peculiarità, qualcosa di insolito che le renda... ecco, in un certo senso che le renda uniche.”

“E questa cosa aveva di particolare?”

“Be’, indubbiamente il fatto del veleno.”

“E le chiedo ancora: come se l’è procurata?”

“In un mercatino di bric-à-brac. Mi colpì la dimensione della testa, come vede notevolmente più grande del corpo.”

“E come si è reso conto del veleno?” Per i gusti del commissario, Finotti aveva un ritmo di conversazione ai limiti dell’assopimento...

“Le dirò, commissario. Mi aveva colpito la dimensione della testa, così cominciai ad armeggiarci intorno, finché scoprii che si poteva svitare...”