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«È tutto interessantissimo, ma mi sento ancora un po’ fungo: perché vuoi portarmi in quel covo di matti?»
«Perché sto scrivendo un saggio sulle medium d’Italia, e la Blavaschi è un pezzo da novanta. Voglio sapere cosa succede in quelle sedute, voglio studiare il suo metodo. Sicuramente durante queste feste ci sarà occasione di parlare, la medium farà commenti, fra scrittori si parlerà e qualche particolare succulento riuscirò a portarmelo via.»
«E a che ti servo io?» chiesi alzando la voce, mentre un coro di fan batteva le mani all’attore che metteva in scena la “Danza del Fungo”.
«Mi serve un testimone oggettivo, uno che non si lasci abbindolare dai mezzucci che sicuramente la Madame metterà in pratica. Altre volte ho lavorato in coppia, ma i miei partner finiscono di solito per cascare nei trucchi più semplici e banali, e sono convinti di vedere cose inesistenti. Non mi serve questo tipo di aiuto: ho bisogno di una persona la cui visione del mondo sia talmente gretta e meschina da risultare odiosa e nauseante!»
L’attore, ballando ballando, mi arrivò vicino: allungai distrattamente un piede, il fungone inciampò e cadde rovinosamente su un gruppo di fan. «In una parola, questo è un lavoro per Marlowe.»
8 dicembre 2011
Quando scesi dall’auto avevo tutte le ossa rotte.
Per raggiungere quel posto sperduto non c’era altro modo che usare quattro ruote e un volante: a questo si riduceva infatti il macinino che Daniele aveva rimediato per l’occasione. Di solito in queste situazioni ci si alterna alla guida, ma visto che io ero un ospite refrattario, mi avvalsi della facoltà di non guidare. La pagai cara, però: durante il viaggio non potei esimermi dall’ascoltare la storia del paesino dove eravamo appena arrivati.
Ho così scoperto che intorno all’anno Mille si trova citato come Malanotte, dal nome del tizio che ne era feudatario. Intorno a non so che anno (mentre Daniele raccontava mi appisolavo spesso!) si è cambiato il nome in Buonanotte (e qui devo aver fatto qualche battutina, ma ero troppo addormentato per ricordarmene), finché negli anni Sessanta si è votato per cambiare ancora nome, stavolta in Montebello sul Sangro.
Il mio amico mi passò anche dei fogli, frutto di una sua ricerca. Lessi così la leggenda del Castello di Malanotte: pare che nel Trecento, avendo perduto una qualche battaglia, un signore non meglio specificato dovette sottostare alla richiesta di dare per una notte tutte le donne del paese al vincitore, che riscosse il dovuto nel castello locale. Avrei voluto chiedere se intendeva tutte le donne insieme, per una notte, o una donna per notte, ma quando l’occhio mi cascò in basso sul foglio, dove c’era scritto “Wikipedia”, decisi che le ricerche non erano state così approfondite da poter ottenere una risposta.
«Guarda che panorama», stava ora dicendomi estasiato Daniele, uscendo dal macinino fresco come una rosa. «Guarda quante colline si vedono da qui.»
«Me ne frega assai», feci sprezzante mentre mi tenevo la schiena. «Preferirei di gran lunga riavere indietro le vertebre che ho perso mentre guidavi quel catorcio.»
«Invece di lamentarti, guardati intorno: siamo in un luogo ricco di storia in una terra meravigliosa. Guarda là», e mi indicò con enfasi la torreggiante struttura lì vicino.
Il Castello di Malanotte si ergeva di fronte a noi, oscuro ed impenetrabile, avvolto dalla foschia del mattino che snaturava la realtà... «No, senti, proprio non ci riesco», dissi. «Non mi sento... ecco, non mi sento nel mio genere. Io sono un tipo da città notturna, da bar malfamati e biblioteche polverose; incontro gente che si chiama Il Guercio o Il Soffia e risolvo casi per conto di bionde platinate: che ci faccio davanti a un castello che pare uscito da un libro di Walpole? Che c’entro io con i fantasmi?»
«Chi ha parlato di fantasmi?» mi guardò divertito Daniele. «E poi te l’ho detto, sei in vacanza per il ponte dell’Immacolata e, casualmente, aiuti un amico in una missione ai confini della realtà.»
In quel momento si aprì il pesante cancello con un cigolio, e si affacciò il custode... gobbo! «Ai confini del buon gusto, semmai», borbottai.
«Benfenuti in mia macione, cari ospiti», disse sorridente Madame Blavaschi.
Sistemati i bagagli in camera, ci trovavamo ora nell’ampio salone del castello: tutti gli ospiti — eravamo circa una decina di persone — erano tirati a lucido, con abiti eleganti e in pose scenografiche. E poi c’ero io, con lo stesso spolverino con cui avevo viaggiato e lo stesso sguardo svogliato che ero deciso a tener su per tutto il tempo della “vacanza”.