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L’incipit del libro è una prolessi del finale: Davide e Marianna, appena usciti dal centro sociale dove lui svolge attività teatrale, vengono bloccati da due poliziotti che s’accingono ad abusare del loro potere. All’improvviso sopraggiunge Giacomo, l’amico di Davide, su un furgone. Riprende la scena, gli agenti impugnano le pistole e perdono il controllo della situazione.
Poi la storia riparte: si può parlare in realtà di storie di differenti umanità che s’intrecciano in trenta brevi capitoli: quella di Davide, del suo teatro e delle sue maschere di cartapesta, quella di Clara e del suo autolesionismo, quella di poliziotti insoddisfatti e reclusi nella propria grettezza, quella di genitori consumati, di paesi invecchiati male, di progetti andati in fumo. Sullo sfondo, due realtà agli antipodi: una Bologna studentesca e non più ospitale e un Cilento “verde opaco” che conserva, negli atteggiamenti degli abitanti, negli scorci di case, nelle abitudini di vita, atmosfere antiche.
Ma al di là delle ambientazioni e delle vicende avrei individuato due importanti protagonisti in astratto: il teatro e il pensiero. Il teatro come luogo deputato a una vita parallela, come sfogo scenico per un dialogo univoco tra artista e pubblico, in un rapporto surreale che, per assurdo, si svolge senza filtri svestendosi proprio della sua prerogativa cardine, la finzione.
Poi scorre il pensiero, tagliente, martellante, sia che sia quello impulsivo di un Luca bambino, sia che sia quello cinico di una ragazza flagellata dal bisogno di ferite, sia che sia quello lucido di Davide. Leit motiv è il volume di Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, volume che il lettore, alla fine del libro, vorrà assolutamente leggere.
La flemma è quella che investe gli attori della narrazione in ogni loro azione: una flemma che rasenta la depressione, ma è anche inerzia, apatia, demotivazione, accidia petrarchesca, tendenza molle a farsi trascinare dagli eventi, è la riflessione stanca sulla vita, che porta in sè l’incompiutezza di un pensiero imperfetto, il dettaglio del microcosmo, il frammento di un ricordo che si dilata a più ampi significati.
Il grande talento dimostrato da Paolacci non è solo nello stile e nella caratura del testo, nella capacità di solleticare la riflessione del lettore, ma soprattutto nell’imprevedibilità. Niente in questo libro incappa nel processo di banalizzazione, neppure quella cosa tanto scontata al mondo che è una dichiarazione d’amore:
«Devo rivelarti una cosa, Davide».
«Sentiamo», fa lui. Si sistema in posizione difensiva, come aspettasse un diluvio di pugni. Sta giocando perché a un tratto s’è accorto che irritare il supplicante lo diverte.
«Tu mi ami» dice allora Clara, occhi alla scultura di fronte.
Come definire, dunque, questo romanzo che per la sua complessità sfugge alle etichette? Passerei la patata bollente direttamente all’autore che, forse anche in virtù della sua attività di consulente editoriale, darà una risposta più esauriente: «Mi interessava raccontare il cosiddetto lato oscuro della realtà, senza però limitarlo al delitto. Relegare l'idea del male, considerare la violenza come una specie di anomalia o individuare un colpevole assoluto possono essere operazioni molto rassicuranti, quindi ingannevoli e pericolose. In Flemma di Antonio Paolacci c'è il crimine, ma in realtà il romanzo scava dentro e intorno a un possibile fatto di cronaca per mettere al centro altre cose: la confusione psicologica e intellettuale dei personaggi, l'ambiente in cui si muovono, il loro modo di leggere il presente. Per cui c'è chi lo ha visto come un noir, chi lo ha definito quasi un romanzo di formazione. Di sicuro non è un libro rassicurante.»
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