Il giudice Di Renjie (630 - 700), funzionario al servizio della dinastia dei Tang durante il governo dell’Imperatore Gao Zong e dell’imperatrice Wu Zetian, appare per la prima volta nelle rappresentazioni teatrali di epoca Yuan (1279 – 1368) e successivamente in epoca Qing (1644 - 1911) lo vediamo come personaggio principale del romanzo in sessantaquattro capitoli «Quattro strani casi sotto il regno dell’imperatrice Wuzetian» affiancato da due collaboratori, ex-briganti precedentemente appartenuti al gruppo di stampo criminale “gli uomini del bosco verde”. Gli aiutanti del magistrato sono indubbiamente un retaggio della letteratura picaresca, che ha come suo massimo esponente il famosissimo romanzo «Shui hu zhuan» (“sul bordo dell’acqua”). I due generi letterari si fondono proprio in questo periodo e formano quel tipo peculiare di storie cinesi, note sia in patria che all’estero, dove investigatori brillanti sono affiancati da uomini armati di sciabole, maestri nelle più acrobatiche arti marziali.

Il romanzo lungo «Quattro strani casi sotto il regno dell’imperatrice Wuzetian», detto anche Di gong’an viene pubblicato per la prima volta da un autore anonimo nel sedicesimo anno dell’era Guanxu (1890), proprio quando in occidente Conan Doyle fa conoscere al mondo intero il suo eccentrico detective.

Verso la fine dell’ultima dinastia imperiale cinese, i gong’an conoscono la loro ultima fioritura. Molti scrittori si cimentano nella stesura di romanzi lunghi, spesso oltre le quattrocento pagine, ma il genere perirà subito dopo sotto l’influsso della letteratura poliziesca di stampo occidentale. Nel 1896 sul giornale Shiwu Bao(“La Situazione Attuale”)di Shanghai appare per la prima volta un racconto di un caso criminale investigato proprio da Sherlock Holmes. Neanche gli scrittori cinesi resteranno immuni al fascino di questo singolare investigatore, ispirandosi per la produzione di serie di romanzi gialli. Primo tra tutti naturalmente Cheng Xiaoqing autore della fortunata serie dell’investigatore Huo Sang, ancora oggi definito lo Sherlock orientale.

La letteratura gong’an, purtroppo, finisce per scomparire all’inizio del secolo, per essere poi riscoperta oltremare dall’orientalista olandese Robert Van Gulik, che riporta all’antico splendore il genere e se ne appassiona a tal punto da volerne rivendicare la posizione primordiale rispetto ai gialli di stampo europeo. Van Gulik, esperto conoscitore della cultura cinese tradizionale, volle attrarre l’attenzione del pubblico occidentale, traducendo nel 1949 e pubblicando a Tokio il Di gong’an. Successivamente, non avendo raggiunto i risultati sperati, comincia a redarre personalmente storie di casi giudiziari, conosciute in occidente come i casi del giudice Dee (Dee è la trascrizione inglese della pronuncia del carattere Di in cinese).

Il giudice Dee, uscito dalla fantasia del letterato, assume inevitabilmente le caratteristiche peculiari della letteratura occidentale, così che l’integerrimo giudice Di Renjie del VII secolo, diviene l’ironico, magnanimo, astuto e deduttivo magistrato Dee; personaggio indubbiamente più consono alla sua epoca, poichè il lettore cinese degli anni ‘50 non riversa più il suo affetto sulla figura di un funzionario imperiale onesto, ma si appassiona a personaggi dalle caratteristiche moderne, dotati di una psicologia complessa. Non più magistrati protettori dell’impero, ma detective riflessivi, investigatori che operano quasi indipendentemente dal sistema statale.

Il lettore occidentale, invece, leggendo le storie del diplomatico olandese ritrova quel gusto per il romanzo giallo, già conosciuto con Aghata Cristie e Conan Doyle, ma grazie alle ambientazioni esotiche che fanno da sfondo ai casi risolti dal giudice Dee e dai suoi collaboratori, può finalmente respirare una nuova aria d’oriente. Van Gulik resterà nella storia della letteratura mondiale per essere riuscito a far collimare due generi letterari polizieschi di due culture così differenti e per aver creato un personaggio dalle caratteristiche al tempo stesso moderne e antiche, occidentali e orientali, che, con i suoi casi intricati, continua ad appassionare il pubblico e ad inspirare la produzione di nuovi scrittori.

Negli anni ‘80 le appassionanti storie del magistrato Dee sono tornate in patria grazie alla traduzione di Cheng Laiyuan (anche questi funzionario!) e nel 1986 hanno riassunto caratteristiche popolari in forma di serie televisiva. Da allora il giudice Dee è protagonista di film e telefilm, sia in Cina che all’estero. In questi ultimi anni, altri due scrittori si sono cimentati nella redazione di nuove avventure, chi volendo riportare il personaggio alla sua epoca, chi ispirandosi alle novelle di epoca Song e Ming. Il francese Frédéric Lenormand, affermato scrittore, e il professore dell’Università di Harvard Zhu Xiaodi, hanno dato un nuovo volto al personaggio di epoca Tang.

La leggenda di questo magistrato, che incarna perfettamente gli ideali confuciani, però sembra esser destinata a conoscere sempre nuove evoluzioni. A Maggio del prossimo anno l’affascinante Liu Dehua (in occidente conosciuto come Andy Lau) apparirà sul grande schermo nei panni del detective D. Questa volta il nostro giudice, con il suo copricapo a due alette e la veste verde scuro, risolverà per noi un caso inedito di omicidio e riuscirà perfino ad addolcire il cuore di una delle donne più determinate che la Cina abbia mai visto: l’imperatrice Wu Zetian in persona.

Lavinia Benedetti

PhD in Foreign Languages and Literature Tsinghua University of Beijing

Research Fellow (Chinese Language and Literature)

University of Catania

L'articolo è pubblicato anche sul sito China Files:

http://www.china-files.com/page.php?id=2584

China Files - Reports from China. Agenzia di stampa specializzata in reportage e inchieste sulla Cina