Un mondo dal clima deviato: inverni simili a ere glaciali ed estati come forni crematori. Un mondo di strutture abitative primeve: tetri termitai di cemento armato, tutti identici uno all’altro e molto, troppo simili a carceri. Un mondo dalla tecnologia brutale: treni a carbone spalato duramente a mano, poche auto a benzina simile a nafta che scaricano fumi venefici, telefoni a disco che non funzionano e che quando funzionano sono sistematicamente intercettati. Un mondo dalla società in agonia: umanità disperata, lavori miserabili, fame cronica, indigenza eterna. Dentro tutto questo, una spietata polizia segreta: casta di persecutori, torturatori, sterminatori a cui è permesso tutto e il contrario di tutto. Carnefici di tutti, inclusi loro stessi, in grado di arrestare, violare, oltraggiare, assassinare nel nome di un ignoto, maligno bene supremo. Sopra tutto questo, un’icona dittatoriale che, partendo (forse) dall’umano, ha varcato il confine del meta-umano. Un demiurgo demoniaco che ha trasceso il concetto di “culto della personalità”, tramutandosi in una entità incombente e spietata, nichilista e paranoide, grottesca e oscena.

È il mondo di 1984, immortale capolavoro di George Orwell? è forse una sua rivisitazione in chiave ancora più oscura, estremizzata e demente? Oppure è la radiografia di un pianeta remoto in cui tutte le componenti umane e sociali sono sovvertite, annientate, disgregate?

Nessuna delle alternative precedenti: quel mondo è questo mondo, il nostro, solamente pochi decenni fa. È l’Unione Sovietica post-Seconda Guerra Mondiale, nell’ultima fase del dominio di Jozif Djugasvili alias “Stalin”, verosimilmente la più spaventosa, delirante, genocidaria dittatura della storia conosciuta.

È il mondo che Tom Rob Smith, inaspettato esordiente di nazionalità inglese, descrive con entomologica precisione. Ed è il mondo di Bambino 44 (Child 44), edito in Italia da Sperling & Kupfer, forse il thriller più esplosivo, più sinistro -- ma soprattutto più politico – degli ultimi anni.

Attingendo apertamente da due ormai leggendari classici della letteratura del suspense -- Il Silenzio degli Innocenti (Silence of the Lambs), del geniale Thomas Harris, Gorky Park (Gorky Park), del solido Martin Cruz Smith – il giovanissimo (appena ventotto anni) Tom Rob Smith (nessuna parentela con Martin Cruz) si rivela come il quintessenziale talento naturale del thriller, ma non solo del thriller.

Al fulcro di Bambino 44 c’è un groviglio di contraddizioni una più distruttiva dell’altra: una società assassina che però considera l’assassinio come una forma di decadente aberrazione politico-psicotica; una polizia talmente intrisa di belluina ferocia da scadere nella più cieca e imbelle incompetenza; un’umanità talmente tesa a sopravvivere da non riuscire a vedere il mostro cannibale che si annida appena dietro l’angolo.

Probo cavaliere per la giustizia intesa nel senso più puro del termine -- ma al tempo stesso vittima predestinata di un sistema distorto votato al genocidio-suicidio -– è Leo Demidov, eroe della Grande Guerra Patriottica divenuto ufficiale della polizia segreta per assoluta necessità e nessuna idelogia. Perennemente sul baratro della nevrosi terminale, costantemente in conflitto con sè stesso a causa delle orride atrocità di cui è complice coatto, dispertatamente innamorato di una moglie giovane e bella ma con un ingombrante scheletro nell’armadio, Leo è il primo –- in realtà anche l’unico – a intuire che là fuori, tra quei binari rugginosi, quelle steppe livide, quei casermoni infami, è in azione un deliberato, furibondo serial-killer.

In una scelta narrativa tanto abile quanto temeraria, Tom Rob Smith anticipa di quasi trent’anni una vicenda di cronaca nerissima: la grondante saga di Andrei Chikatilo, il famoso e famigerato “Mostro di Rostov” che disseminò l’Unione Sovietica pre-Glasnost di decine di cadaveri di bambini e adolescenti variamente mutilati e divorati. Eppure non è il serial-killer –- la cui tenebrosa storia personale dà il titolo al libro -- la nemesi di Leo Demidov. In Bambino 44, il vero antagonista è, di nuovo, il sistema stesso, incarnato dal mellifluo, lugubre, sadico ufficiale parigrado nemico giurato di Leo. Dimostrando di avere ben poco da imparare in materia di costruzione dell’intrigo, Tom Rob Smith intreccia queste due storylines primarie –- la caccia a un killer diabolico e sfuggente da un lato, lo scontro soprattutto etico tra “poliziotti” dall’altro – collocandole contro un sfondo da girone dantesco in meta-amfetamina, immergendole in un’atmosfera allucinata e agghiacciante.

Con simili fondazioni narrative e tematiche, non è un caso che Bambino 44 continui a dare battaglia restando i primi posti delle classifiche dei quasi quaranta paesi nei quali è stato tradotto. Nè è un caso che il mitico Ridley Scott si sia assicurato i diritti cinematografici in vita di un film che potrebbe essere considerato come il nuovo Silence of the Lambs.

Sostenuto, a dispetto delle quasi 450 pagine, da un ritmo martellante e inquietante, valorizzato da una eccellente traduzione italiana di Annalisa Garavaglia, Bambino 44 picchia basso e picchia duro. Ben poche volte in tempi recenti un autore, in particolar modo un autore alla sua opera prima, è riuscito a mescolare con tanta abilità politica e storia, suspense e horror, investigazione e azione. Non ci sono compromessi con il buonismo nelle scelte di Tom Rob Smith, nè concessioni al sentimentalismo, nè tantomeno aperture a speranze efemeriche. Nelle sue molte pagine disperate e struggenti, atroci e ineluttabili, la sirena di allarme per la coscienza e la consapevolezza de lettore suona talmente forte da spaccare i timpani: State molto, molto attenti, accadeva nella Russia stalinista, ma può ancora accadere. Qui e adesso.

 

Bambino 44 (Child 44), di Tom Rob Smith, 444 p.

Traduzione di Annalisa Garavaglia

Editore Sperling & Kupfer, 2008