Giampaolo Simi è nato a Viareggio nel 1965.

Si è sempre interessato prevalentemente di narrativa di genere, dal fantastico all’horror, dal giallo al noir.

Ha pubblicato molti romanzi come: Il buio sotto la candela, suo romanzo d’esordio, edito nel 1996 da Baroni Editore e vincitore del premio Nino Savarese e Direttissimi altrove, romanzo del 1999 pubblicato sulla collana VoxNoir di DeriveApprodi e finalista premio Scerbanenco.

Nel 2000 esce per Hobby & Work Figli del tramonto e nel 2001 per ADN Kronos L’occhio del rospo e sempre per DeriveApprodi Tutto o Nulla.

Il corpo dell’Inglese, suo romanzo del 2004 è stato pubblicato nella collana Stile Libero Noir della casa editrice Einaudi.

Direttissimi altrove e Tutto o Nulla inoltre, sono stati tradotti e pubblicati in Francia nella Série Noire di Gallimard, Tutto o Nulla è stato tradotto e pubblicato anche in Germania dalle edizioni Goldmann Verlag.

Giornalista pubblicista, Simi collabora inoltre con riviste e quotidiani

In occasione della nuova pubblicazione del suo romanzo d’esordio da parte dell’editore Dario Flacovio, lo scrittore ha voluto rispondere a qualche domanda.

 

Si può presentare? In due parole chi è Giampaolo Simi?

Uno che pensa delle storie e poi le costruisce.

E che quindi fa per certi versi l’architetto, ma anche l’ingegnere e il carpentiere.

 

Oltre ad aver scritto numerosi romanzi la sua firma si trova anche sulle riviste dell’editore NEXUS che si occupano di giochi.

Che affinità trova tra l’attività ludica e la letteratura di genere?

In estrema sintesi, nella letteratura di genere il gioco è la storia stessa e le regole sono importanti.

Lo scopo della partita è dichiarato in partenza.

Lo scrittore diventa così uno strano dio, perché non sta “sopra” le regole che ha pure creato insindacabilmente.

Questo porta il lettore, soprattutto nel giallo anglosassone classico, a entrare in un vero gioco delle parti con il narratore e l’investigatore, a non essere passivo destinatario della maestria del narratore.

Infine, si ha così una situazione ambivalente molto desiderabile: la sicurezza che deriva dalle regole stabilite e la coscienza che invece ogni partita sarà sempre diversa e imprevedibile.

 

I suoi romanzi sono ambientati prevalentemente in Toscana.

Questo perchè essendoci nato è una terra che conosce o che altro?

Perché ci sono nato e ci abito, certo.

Ma anche perché tutte le sue travolgenti bellezze, naturali e artistiche, sono indissolubilmente legate a un lato oscuro e sanguinoso.

Abbiamo un capoluogo, Firenze, consacrato al dio della guerra, e una “tuscan countryside” dove fino all’altroieri si faceva una vita tremenda di fatica, violenza e stenti.

Per non parlare delle coste e della Maremma, terre del diavolo e inospitali.

Per finire alla Garfagnana, meravigliosa, ma anche “terra di lupi e di briganti”, come la definì l’Ariosto.

Cosa potrebbe volere di meglio un narratore?

 

Ha scritto numerosi gialli storici; questo perchè considera l'ambientazione storica una cornice insolita o c'è dell'altro?

Diciamo che uno sguardo al passato non manca mai.

Questo perché credo che schemi basilari di conoscenza come causa/effetto e prima/dopo stiano correndo rischi inenarrabili.

E quindi non è affatto scontato raccontare che, per esempio, la Resistenza c’è stata perché nel nostro paese c’erano stati il fascismo e l’occupazione nazista.

E poi perché un immaginario senza memoria è un albero che crolla a ogni ventarello di telepromozione.

Ciò che resta è solo deserto.

 

Quali fonti usa per documentarsi?

Libri, racconti in prima persona, quando è possibile, e giornali.

Anche se la cronaca giorno per giorno può riportare fatti che poi verranno smentiti anni dopo.

Per uno scrittore, però, niente come la pagina di cronaca di un quotidiano, anche locale, ti fa capire l’atmosfera del momento.

Tempo fa ho sfogliato i giornali della Viareggio dei primi anni ‘30.

C’era la pubblicità di una farmacia che regalava una medaglia con Mussolini ogni cinque confezioni di callifugo o il bar che offriva autentica birra di Monaco ai camerati.

E accanto, i veglioni del jet set internazionale in cui nei “dancing” si ballava il “jazz” e il “fox trot” senza che nessun gerarchetto si sognasse di italicizzare il “selz” o il “bourbon”.

Durò poco, ma è un momento interessantissimo.

 

A quale dei suoi personaggi è più legato e perché?

Arbeit di Direttissimi altrove e Gheghe di Il corpo dell’inglese, perché si può dire che sono degli sconfitti, certo, ma lo sono in quanto non hanno accettato di fingersi diversi da quello che sono.

E poi Ale di Tutto o Nulla, perché mi somiglia.

Ci sono poi tanti personaggi, nei miei libri, che risultano di massima importanza ma di fatto non compaiono mai veramente sulla scena.

Penso a Maria, la moglie del professor Benedetti di Il buio sotto la candela, o al professore Alderighi di Il corpo dell’inglese.

Devo dire che con i protagonisti, quando il libro è finito e ci si saluta per sempre, ho la sensazione di non avere debiti.

Con altri, invece, mi accorgo che vorrei raccontare di più.

E allora, forse, qualcuno di loro prima o poi tornerà.

 

Oltre ai libri che sicuramente leggerà per documentarsi quali altre letture fa?

Devo dire che ultimamente leggo molti libri di scrittori che mi capita di incontrare alle presentazioni o che comunque ho finito per conoscere in questi anni.

Sto leggendo L’angelo del fango di Leonardo Gori, perché è uno che non prende mai in giro il lettore.

Ma in generale mi sto prendendo una pausa dal genere giallo e thriller, che invece mi pare inflazionato da prodotti molto scolastici.

Proprio in questi giorni poi, ho messo le mani sull’ultimo libro di Cristiano Cavina, Nel paese di Tolintesàc.

Un libro forte e delicato, due virtù rare.

Da trovare insieme, poi.

 

Da persona che ha una certa confidenza con la storia perchè pensa, sempre che per lei sia così, che questa materia di per se non riscuota molto interesse da parte del grande pubblico?

Il problema è che il genere “storico” incontra favori, ma solo se per storico si intendono le fiction di Elisa di Rivombrosa o libri come Il codice da Vinci, dove mi risulta che venga collocato a Roma anche un papa della cattività avignonese (si viene ancora cacciati agli esami per molto meno, in qualche università europea).

Il fascino “storico” di questi prodotti risiede in realtà nel trasportarci, lontano dal presente, in universi di pura fantasia, dove il trisnonno di Calderoli gareggia nel lancio dei tronchi con Braveheart, per intenderci.

Non c’è niente di male, finché non si pretende che i nostri desideri più inconfessabili (come quello di accoppiarci freneticamente con una bella criptologa francese discendente di Gesù) diventino la realtà, punto e basta.

Ma se va in onda una fiction su Sacco e Vanzetti, il pubblico si gira dall’altra parte.

Perché lì gli italiani sono i pachistani e i marocchini di oggi, e gli americani dei gran bastardi.

E ci sentiamo offesi, perché l’America è una grande democrazia e noi mandiamo i messaggini alle amanti con il telefonino dai sedili dei nostri Suv parcheggiati sul marciapiede.

Siamo gente ricca ed evoluta, noi.

Insomma, qualsiasi principe, anche se figlio di uno sguattero, troverà uno scribacchino disposto a farlo discendere da Carlo Magno, Giulio Cesare o, perché no, direttamente da Gesù.

Dipende solo dal prezzo.

 

Perchè ha sentito l'esigenza di far si che il suo romanzo “Il buio sotto la candela” fosse ripubblicato?

Perché era esaurito da tempo, perché il libro non è invecchiato.

E perché per fortuna l’hanno pensata così anche l’editore Flaccovio e Luigi Bernardi.

E per tutto quello che abbiamo detto sopra.

 

Da romanziere ormai affermato che consigli darebbe a chi si volesse affacciare al mondo della scrittura?

Che, se tutti i lavori sono diventati precari, tanto vale provare... ma a parte questo, di usare la scrittura per modificare la propria percezione delle cose più piccole e quotidiane.

Di non scrivere per ambizione, ma per amor proprio e di quelli che abbiamo vicino.

Dopodiché, qualcosa di buono succederà.

 

Perchè secondo lei le trame gialle e misteriose sono tornate così in auge da colonizzare non solo romanzi ma anche altri media come fumetti cinema e televisione?

Limito la risposta al nostro Paese.

Perché non se ne poteva più di libri e film in cui faceva molto chic che non succedesse mai nulla.

Il giallo e il thriller, invece, raccontano fatti, cose, azioni, gesti.

Talvolta a discapito della raffinatezza e dello spessore dei personaggi, si sa.

Ma almeno lì succede qualcosa.

Purtroppo, l’urlo di dolore dei lettori è stato da molti frainteso in “scrivete solo gialli!”.

Ecco che da un mese all’altro, flaneur da salotto e accigliati alfieri del metatesto hanno scoperto autentiche ossessioni per il delitto.

In questo modo rischiamo molto: la narrativa “generalista” potrebbe non arricchirsi di trame più robuste, e il giallo potrebbe rimanere soffocato dalle meline intellettualistiche di chi lo ritiene una semplice marchetta.