Peppe La Zecca è un mostro.

Lo sento da subito, sin da quando mi trovo quella montagna d’uomo davanti. Gli apro la porta e mi travolge come una valanga. Mi mette le mani al collo. Penetra in casa, la stupra. La macchia con la sua nera presenza, forse per sempre.

Mi parla dritto in faccia, sento il suo alito sulla pelle: Quella buon’anima del padre è morto, e adesso è lui che riscuote gli affitti. Il regime è cambiato, non ci sono più trattamenti speciali, per nessuno.

Nemmeno per te, Anto’, mi dice.

Ora gli devo pagare tutti i debiti che io e la Mamma abbiamo accumulato nel tempo. Una cifra enorme.

“Se no è sfratto, anche per un povero coglione come te.”

Peppe La Zecca mi vuole cacciare dalla casa in cui ho vissuto sin da quando sono nato. Dalla casa in cui abbiamo vissuto io e la Mamma.

Ma non è questo il motivo per cui sento che è un mostro, o almeno non è il solo. Le sue parole tuonano nella mia testa, ma c’è altro, che stride, in sottofondo, trapanandomi il cranio. C’è, ci deve essere, qualcos’altro, qualcosa di terribile.

Dopo un poco il ronzio muta, e diventa una voce. È quella di Don Vincenzo, il padre di Peppe, il mio vecchio padrone di casa. Ora ricordo di quando veniva a chiedere l’affitto ogni settimana e di quando dopo, nonostante non vedesse quasi mai i soldi, prima si intratteneva a lungo con la mamma e poi dopo rimaneva a parlare con me.

Era buono Don Vincenzo, mi riservava tante attenzioni, quasi come il padre che non ho mai avuto. Ora ricordo le sue parole, di quando mi raccontava della famiglia, dei figli. Allora mi aveva detto di Peppe La Zecca, la pecora nera: il figlio che se n’era andato subito di casa, che viveva a Ponticelli e gli dava un sacco di dispiaceri. Si diceva nel condominio che fosse coinvolto in brutti affari, ricordo che c’entravano due parole, che venivano pronunciate a bassa voce, con gli occhi pieni di timore: racket e prostituzione.

Qualcosa mi stimola, di quei ricordi… un dettaglio insignificante, ma rivelatorio: Peppe La Zecca viveva a Ponticelli.

Ho qualcosa da cui iniziare a cercare. Corro a prendere le pagine bianche: scorro col dito tra gli scaffali dove sono conservate, anno dopo anno. A me serve la copia del 1983.

La trovo. Cerco tra i nomi. Non appena leggo il nome di Peppe guardo l’indirizzo. Il ronzio nella mia testa aumenta, mentre i pezzi iniziano a combaciare.

Ponticelli, Rione Incis. 8 luglio 1983. Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, 7 e 10 anni. Seviziate, probabilmente stuprate, e uccise. I loro cadaveri bruciati.

La strage di Ponticelli: Uno dei più atroci omicidi mai avvenuti a Napoli.

Una bestialità per cui sono stati identificati 3 colpevoli: Ciro Imperante, Giuseppe La Rocca e Luigi Schiavo. Condannati all’ergastolo.

Eppure io so qualcos’altro. L’ho letto ovunque, sui giornali e le riviste. Da appassionato di cronaca nera, so che quel processo è stato troppo rapido, che il verdetto è stato troppo frettoloso. Ricordo una figura misteriosa di cui parlavano i primi testimoni che poi è scomparsa nell’ ombra: Gino “Tarzan Tutte Lentiggini”, un fantomatico uomo nero che non era mai stato identificato, che adescava le ragazzine con la sua Fiat 500 di colore scuro e sembrava avesse il volto coperto di lentiggini.

Le stesse lentiggini che macchiano la brutta faccia di Peppe La Zecca.

Molti lo cercano ancora “il mostro di Ponticelli”, e io invece non solo l’ho trovato, ma gli ho dato pure un volto, e un nome.

Mi basta solo un’altra prova.

Ma ho bisogno di tempo, e il mostro non aspetterà a lungo. Mi servono i soldi e i giorni passano. Decido di andare al terzo piano, dalla signora Sparvieri, una cara amica della mamma. Devo chiederle un prestito per far stare tranquillo il mio nuovo padrone di casa, almeno per qualche giorno.

Non appena la signora Sparvieri mi apre la porta per qualche secondo trovo la calma mentre noto, come se fosse la prima volta, di come assomigli alla Mamma. Le chiedo i soldi e subito mi dice che ha poco, ma mi darà tutto quello che può.

Eppure non è l’unica cosa che mi dice, mi confessa altro: neanche a lei piace Peppe.

Da quando è morto Don Vincenzo, quel porco del figlio – mi racconta – abita alla porta di fronte e quasi ogni sera lo vengono a trovare delle signorine, con cui fa bordello fino a tarda notte. La signora in particolare dice che sono criature troppo giovani e troppo belle perché vadano volontariamente con quell’animale.

Da quel giorno passo le notti sveglio, appostato dietro le grate della mia finestra, a guardare il portone. Devo cogliere ogni movimento sospetto. Per tre notti non succede niente. Niente. Ma poi la mia fatica viene ripagata: vedo una sconosciuta figura bionda in abiti di pelle nera entrare nel palazzo.

So che dovrà salire le scale e quella è la mia unica opportunità per guardarla meglio. Mi nascondo dietro la porta socchiusa, mentre sento il rumore dei suoi tacchi che si avvicinano.

La vedo, e il fischio nella mia testa torna più forte che mai. Vedo una ragazzina di manco vent’anni, col fisico ancora acerbo. I nostri sguardi si incrociano e, mio Dio, leggo la paura, accompagnata da un’immensa tristezza, nei suoi occhi.

Devo chiudere la porta dietro di me mentre immagino ciò che succederà quella notte, al terzo piano: Peppe la umilia, la costringe a fare le cose più oscene, la violenta nei modi più perversi. Vedo il piacere su quel volto mostruoso mentre la sottomette. Perché è questo che piace fare a Peppe La Zecca: umiliare e sottomettere la gente. Proprio come ha fatto con me pochi giorni fa, e come ha fatto con Barbara e Nunzia, tanti anni prima, riuscendo a passare impunito.

Ma ora non più, cazzo!

Perché io l’ho smascherato. Sento un fuoco che mi esplode nel petto. Penso a quello stronzo di Gaetano, il mio collega di quando facevo la guardia privata, e di come diceva che non ero buono a fare un cazzo e che stavo lì solo perché la Mamma si scopava il titolare dell’agenzia. Gli farei strozzare tutte quelle parole in gola! Se adesso potessi, farei stare zitti tutti quelli che per 44 anni della mia cazzo di vita mi hanno trattato come un povero stronzo.

Dimostrerò a tutti di cosa sono capace stavolta, persino alla polizia.

Ma prima mi devo calmare. Mi devo calmare.

Le domande scorrono nella mia mente: Che faccio adesso?

Una voce mi viene in aiuto.

Il medico pietoso fa la piaga verminosa.

La conosco bene la tua voce, Mamma. Me lo dicevi sempre, dopo che mi beccavi a combinare uno dei miei orribili disastri. Mi facevi mettere le mani sul tavolo, mi toglievi gli scarponi dai piedi, li prendevi e poi… le mie mani… me le rompevi a sangue.

Mi facevi tanto male, eppure dicevi che era per il mio bene.

Il medico pietoso fa la piaga verminosa.

Ora ti capisco. Grazie, Mamma. So cosa devo fare adesso.

Peppe La Zecca sta entrando in casa quando striscio dietro di lui. Il mostro sarà pure grosso, ma io ho la rabbia di 44 anni e un fuoco che mi brucia dentro.

Alzo lo scarpone e glielo sbatto più forte che posso dietro la testa, sulla nuca. Le sue ginocchia cedono. Lui si gira e mi guarda con gli occhi di un pazzo, ma io lo colpisco di nuovo, dritto sulla fronte. È stordito, lo vedo. Stringo lo scarpone e lo prendo in pieno per la terza volta. Un rumore secco, uno schizzo di sangue. Gli ho rotto il naso. Il mostro crolla a terra.

Continuo a colpirlo, ancora e ancora.

Mi fermo solo quando resta immobile. Il fuoco se ne va e mi assale la paura. Se fosse già morto? Sarebbe una beffa, sarebbe troppo poco. E invece no, respira ancora. Una parte di me esulta. Tra poco gli farò rimpiangere di essere vivo. Ho appena iniziato.

Mentre trascino il corpo in casa, provo una sensazione familiare. Sento qualcosa che mi preme addosso, mi sento osservato. Alzo lo sguardo: la porta di fronte è socchiusa. Immobile, immersa nella penombra, la signora Sparvieri mi sta guardando. Sul suo volto c’è un ghigno soddisfatto.

Ora ne sono sicuro, è proprio uguale a te.

Mamma…

Dal blog Napoli Nera, articolo del 21 ottobre 2018.

Brutale omicidio a Napoli, nel quartiere Materdei. Giuseppe Almirante, 53 anni, conosciuto anche col soprannome di “Peppe La Zecca”, noto agli inquirenti per precedenti nel racket e nello sfruttamento della prostituzione, è stato trovato morto nella sua abitazione. L’uomo è stato seviziato e ucciso in modo efferato: dopo averlo stordito con un corpo contundente, l’assassino gli ha inchiodato le mani ad un tavolo e poi ha proceduto ad evirarlo con un coltello da cucina, prima di finirlo, tagliandoli la gola.

Gli inquirenti sono subito risaliti al colpevole, Antonio Storti, 44 anni, affetto da disturbi mentali. Lo stesso Storti si è accusato dell’omicidio con una lettera lasciata sul luogo del delitto; la Polizia lo ha trovato in casa sua, nello stesso condominio di Almirante, con gli abiti ancora sporchi del sangue della vittima.

Le indagini riguardano il movente del delitto, che già sembra dovuto a motivazioni economiche: infatti Storti doveva ad Almirante, da poco diventato suo nuovo padrone di casa, una grossa somma di denaro e pare fosse stato anche minacciato dalla vittima di sfratto.

Interrogato sulle ragioni del suo gesto il colpevole avrebbe risposto: “Lo dovevo punire, Peppe La Zecca era il mostro di Ponticelli. Io lo so il perché. Ora siete voi che dovete scoprirlo.”

Marco Santeusanio è nato a Napoli il 7 novembre 1995.

Studia Economia all’ Università Federico II di Napoli ed è stato studente di Cinema presso la Scuola di Cinema di Napoli (Laboratorio di scrittura NOIR FACTORY) e la Scuola di Cinema, Fotografia e Televisione Pigrecoemme.

Si interessa di scrittura e produzione audiovisiva